ENRICO

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ENRICO

Messaggio  Admin il Mer Giu 16, 2010 4:52 pm

Enrico è un bambino di un anno. Data la sua giovane età la mamma assume il ruolo dell'operatore-amico.

Il 16 ottobre 2009 la mamma di Enrico scrive:

Gen.mo Prof. Cuomo, sono la mamma del piccolo Enrico. Le scrivo qualche piccola osservazione sul percorso che stiamo mettendo in atto in base alle indicazioni che ci ha dato. Sto cercano di fare attenzione alla capacità di Enrico di “anticipare gli eventi”.
Avevo notato che Enrico, quando veniva con me in ascensore, guardava me che chiudevo prima la porta esterna, poi la porta interna e poi, senza che io mi muovessi, dirigeva lo sguardo verso la bottoniera; allora io premevo il pulsante, l’ascensore si metteva in movimento e lui sorrideva. Ho allora iniziato a fargli chiudere (accompagnandogli la mano) le porte e poi a fargli premere il pulsante e ora si gira da una parte e dall’altra seguendo la sequenza di movimenti. Ho colto l’occasione per enfatizzare i movimenti necessari per la sequenza (“apri”, “chiudi” “tira” “spingi”) e cerco di richiamare gli stessi verbi in diverse altre situazioni che li implichino (ad esempio gli sportelli della cucina, una collanina che io ho al collo, così che quando lui la tira mi avvicino e gli do un bacino…) cercando di gratificarlo con una coccola o battendogli le mani quando esegue il movimento che io gli suggerisco.
Oggi Enrico ha per la prima volta spinto da solo il pulsantino di un gioco che produce il suono di un treno e, anche senza mio invito, lo ha fatto diverse altre volte per il piacere di sentirlo suonare. Un’altra cosa che gli piace molto è accendere e spegnere la luce, ma ho notato che quasi sempre non riesce da solo a “prendere la mira”, posizionare il dito in corrispondenza del pulsante e soprattutto non riesce ad esercitare una pressione sufficiente a far scattare il pulsante. Io, quando mi pare che proprio non ce la faccia, gli prendo la manina e lo aiuto….spero di non sbagliare!
Ha capacità di riconoscere i luoghi (il parco, l’altalena, il portone di casa, il cortile, il suo tappetino, il lavandino…) va in cucina quando canto la canzoncina della pappa o gli parlo del lattuccio.
Stiamo cercando di seguire le Sue indicazioni per il momento della pappa; ancora non si volta anticipando i posti in cui sono riposte le cose necessarie, ma pare interessato quando gli spiego cosa sto facendo mostrandogli l’acqua, il fuoco, la pastina prima cruda e poi cotta e non è più agitato come all’inizio….si diverte ad imparare! La sua passione è buttare a terra tutto ciò che è a portata delle sue manine per seguirla con lo sguardo mentre cade e sentire il rumore che produce. Mette poi le mani nella pastina e gli faccio notare che è calda e appiccicosa e poi gli porto la manina sporca alla bocca per fargli sentire il sapore. Cerca di prendere il cucchiaino dalle mie mani e, dopo aver constatato che c’è della pastina sopra e averci pasticciato, lo butta in terra.
Cerco di dirgli sempre cosa sta per succedere (ora ci cambiamo il pannolino, ci vestiamo, ci laviamo, usciamo, andiamo a casa, dai nonni…) e quando lo lascio al nido mi soffermo un po’ di più fuori la porta per spiegargli che sto per andare via e che lo lascio con la sua educatrice. Quando al ritorno mi vede mi sorride e tende le braccine per essere preso in braccio.
Gli aspetti relazionali
Riguardo poi al suo modo di relazionarsi, vorrei evidenziarLe alcuni aspetti del suo carattere.
Manifesta gioia quando io, mio marito o i nonni ci affacciamo la mattina al suo lettino o rientriamo a casa.
Va spontaneamente verso le terapiste e verso la educatrice del nido, dove mi dicono che rimane tranquillo, mangia e non ha difficoltà ad addormentarsi. Quando la mattina lo accompagno all’asilo mi accorgo che, mentre lo cambio sul fasciatoio, guarda la porta di ingresso della sua stanza e sorride. Da quando va al nido poi, con buona pace della psicomotricista, ha anche iniziato a gattonare.
Cerco di dirgli sempre cosa sta per succedere (ora ci cambiamo il pannolino, ci vestiamo, ci laviamo, usciamo, andiamo a casa, dai nonni…) e quando lo lascio al nido mi soffermo un po’ di più fuori la porta per spiegargli che sto per andare via e che lo lascio con la sua educatrice. Quando al ritorno mi vede mi sorride e tende le braccine per essere preso in braccio. Mi cerca quando piange e vuole essere preso in braccio, a volte solo da me. Rimane qualche difficoltà a guardare dritto negli occhi ad una distanza ravvicinata le persone, me compresa, difficoltà che tuttavia sparisce quando guarda le immagini riflesse nello specchio. Io non lo forzo, ma lo incoraggio a guardarmi emettendo suoni onomatopeici (per cui ha una vera passione) o facendo linguacce e facce buffe, che lui prova a rifare.
Cerca anche di imitare il movimento delle labbra, ma non esce una parola! Siamo passati da “Gna-Gna” a “Ga-Ga” e oggi a “Ghe-Ghe”, ma formulare una parola sembra difficilissimo. Cerca però di comunicare piagnucolando o richiamando l’attenzione quando vuole qualcosa, ed io cerco di dare importanza ad ogni suo tentativo.
Il momento del gioco
Finora i giochi sono stati sparsi sul suo tappetino, in modo che lui potesse scegliere quello che voleva e giocarci; ho tuttavia notato che passava velocemente da un gioco all’altro e mi chiedo se non sia meglio lasciarli in una scatola in modo che ne prenda uno e si concentri su quello senza più vedere gli altri.
Ho provato a nascondere la sua pallina preferita sotto un bicchiere trasparente e poi fargli scegliere tra due bicchieri, ma non riesce a fare questo gioco; mi spiego: non so se capisce che gli propongo di trovare la pallina, sembra soprattutto infastidito dal fatto che gliela sottraggo per mettergliela sotto il bicchiere. Ha qualche suggerimento?
Invece un nuovo gioco che riesce a fare è tamburellare con la mano sul tavolo alternandosi con me…ne esce anche un buon ritmo!
Sempre di recente ha iniziato a fare “Ciao Ciao” con la manina; era da molto tempo che provavo ed ha imparato solo quando ho inserito il gesto nella canzone dei tre porcellini che fanno al lupo “Ciao Ciao” dal balcone. Visto il suo interesse per le canzoncine sto pensando di crearne alcune per i diversi momenti della giornata.
Le chiedo inoltre un parere sulla opportunità di proporre ad Enrico la televisione. Ovviamente Enrico pare molto interessato a questa scatola luminosa e sonora e mi chiedo se proporgli canzoncine, brevi filmati (mi vengono in mente i teletubbies) possa avere una qualche validità per lui. Premetto che io e mio marito abbiamo sempre fatto atttenzione a non esporlo alla tv, che Lui ha finora solo intravisto.
La prego di darci qualsiasi indicazione Lei ritenga utile. Vorremmo capire il modo in cui Enrico vede il mondo per poter comunicare efficacemente con lui. Grazie mille.

Il 20 ottobre 2009 il professore risponde:

Gentilissima signora ,
quanto lei ci scrive lo abbiamo anche confrontato con le videoregistrazioni che lei ci ha fornito. A tale proposito sottolineiamo che le modalità relazionali che lei ha con Enrico sono molto adeguate e vanno nella direzione di fornire senso alle azioni di Enrico. È proprio questa direzione che bisogna potenziare in modo che quello che può sembrare un gesto, un atteggiamento, una reazione, un ammiccamento, un sorriso,… casuale rientri in un sistema di significati in modo da ampliare e potenziare i collegamenti comunicativi. Il fornire senso alla relazione sia nella dimensione più intima e poco visibile (quella emozionale), sia quella più esterna visibile della gestualità, de toni di voce, dei sorrisi, degli accarezzamenti,…fino ad estendere tali significazioni, al contesto, alle situazioni, agli oggetti, questo fornire senso, lo sottolineiamo è un atteggiamento che lei deve mantenere e fare evolvere.
Tutte le sue attenzioni da mamma ad anticipare gli eventi e a concatenarli, come ha potuto notare (per esempio nell’episodio porte-ascensore), non solo orientano Enrico nel comprendere quanto accade sul momento ma, proprio perché la sua organizzazione cognitiva è estremamente plastica in questo momento della sua vita, lui stesso spontaneamente possiede quella capacità di trasferire la competenza acquisita in quel momento e per quella determinata attività ad altre attività che strutturalmente possiedono la stessa intima funzione (esempio sportelli-cucina). Naturalmente il secondo passaggio, quello di trasferire, per Enrico non è semplice come il primo passaggio, quello del comprendere i concatenamenti anche da lei evidenziati anche perché le interfacce dei diversi oggetti con intima struttura analoga possono avere una forma che non immediatamente richiama alla funzione (gli sportelli dei mobili della cucina possono essere diversissimi da quelli del frigorifero); per superare tale difficoltà è indispensabile una nostra attenzione maggiore. Una maggiore attenzione quindi nel far scoprire che stesse competenze ed abilità sono contenute anche in altre situazioni e che oggetti diversi hanno delle parti con funzioni analoghe. Per esempio vi sono degli sportelli della cucina che hanno in modo evidente la maniglia e che quindi suggeriscono con la loro forma l’analoga funzione ad altri sportelli, a porte, cassetti,…. A tutti quei mobili che pur avendo diversa forma e utilizzo pur tuttavia conservano tracce indicanti la funzione di maniglia e quindi di apertura. Vi sono altri mobili che per motivi di design tendono ad avere superfici lisce e quindi lo sportello per aprirsi non va tirato (e quindi non necessita di maniglia), ma con una leggera spinta fanno sì che si sganci una molla e che lo sportello si apra. Questi ultimi dinamicamente necessitano non di un tirare ma di uno spingere e quindi non chiaramente propongono la possibilità di transfer. Nell’esempio degli sportelli ho cercato di mettere in evidenza tale situazione, ma per Enrico sono molte quelle circostanze in cui non è possibile intuitivamente individuare una competenza da trasferire. Sicuramente i bambini di fronte ad uno sportello, in maniera molto rapida cercano di mettere in atto tutti quei movimenti che sia nell’esperienza che intuitivamente possono portare ad aprire, ma sicuramente non è facile. Se l’opera dell’adulto, del genitore, dell’educatore conduce a far scoprire sempre più strategie per i transfer i bambini se ne avvantaggiano e se Enrico, a causa della X Fragile, può avere delle incertezze, il nostro aiuto con sollecitazione in contemporanea a fare da solo, sicuramente gli propone vantaggi. Pertanto le azioni che lei mette in atto di avvolgere con la sua mano la mano del bambino risultano estremamente adeguate in quanto con tali modalità lei fornisce ad Enrico una molteplicità di messaggi che vanno da quello visivo a quello linguistico, a quello tattile avvolgente della mano in cui le sue dita “parlano” con le dita di Enrico insegnandogli come deve fare nella maniera più immediata e semplice. Un intervenire della mamma che va a fondere un messaggio emozionale con comunicazioni analogiche e logiche (in una logica comprensibile all’età di Enrico perché dettata dal senso dei fatti).
Nel momento in cui lei usa i verbi (apri, spingi, tira…), sta concorrendo a produrre quella situazione di transfer di cui parlavamo prima in quanto lo spingere, il tirare, il sollevare,…, sono azioni indipendentemente dall’oggetto e quindi più potenti in quanto l’azione dello spingere, tirare, spostare, …, è possibile per qualunque altro oggetto.
Come potrà quindi notare Enrico acquisisce la competenza, la rielabora grazie all’enfatizzazione narrativa che noi consigliamo e grazie alla plasticità del suo cervello che noi stimoliamo attraverso l’enfatizzazione narrativa, trasferisce la competenza in altra esperienza su di un altro oggetto e lo spingere dell’ascensore può diventare spingere la porta, spingere il pulsantino del gioco per produrre il suono del treno. Un processo che da esperienziale, empirico, concreto, viene elaborato e generalizzato, in un processo di astrazione, e solo per questa elaborazione passa dall’esperienza dell’ascensore a quella del giocattolo-trenino. Questa azione che si riferisce alla sollecitazione di quella che Vygotskij chiama zona di sviluppo potenziale è sul piano cognitivo molto più potente di quella piagetiana che lei ha messo in atto con la pallina sotto il bicchiere di vetro in quanto la prima va a sollecitare un processo sensato che attraverso una elaborazione va a sollecitare concettualizzazione ed astrazione. La pallina sotto il bicchiere non ha tutta questa potenzialità di senso di fatti le sperimentazioni piagetiane, come quella della pallina che lei ha messo in atto, sono utili per constatare e non per provocare e sollecitare lo sviluppo cognitivo. Quella che ha fatto suo figlio attraverso la stimolazione narrativa è stata una elaborazione concettuale da lei insegnata e dal bambino appresa. Quello della pallina non fornisce nessuna opportunità funzionale, non sollecita la plasticità cognitiva verso i transfer, non è stata messa in atto in un momento forte sul piano emozionale, non produce sviluppo, ma è una mera constatazione.
Anche il concetto di accendere e spegnere la luce ha come riferimento lo spingere e si spinge molto più in là in quanto ripropone anche la riconsiderazione dei rapporti causa/effetto che vengono estesi dall’aprire/chiudere all’interruttore per il trenino, all’interruttore della luce (un aprire e chiudere che passa dai riferimenti concreti e visibili della porta a quelli di circuito ed anche se il riferimento sembra molto lontano, sul piano strutturale abbiamo la stessa consistenza di base).
L’altro elemento importante è la gratuità con cui lei insegna che produce il “divertimento” ad imparare. L’insegnare per avere una risposta immediata può anche raggiungere l’obiettivo e quindi essere per l’adulto gratificante ma nel tempo tale modalità perde di forza in quanto va a spegnere il piacere di apprendere. Il bambino sente la tensione di chi gli insegna che va alla ricerca sempre di una verifica. Tale tensione produce un sentimento di ansia che frequentissimamente blocca. Il percorso del piacere dell’imparare e della gratuità dell’insegnare apre un vasto orizzonte di cose e contenuti da insegnare (in quanto non pretendendo verifiche si può insegnare di tutto) e in questo vasto orizzonte sicuramente si incontreranno quegli appigli, quelle occasioni, quelle strategie, …, che porteranno ad un effettivo apprendere.
Questo apprendimento avvenuto in un ampio orizzonte avrà la connotazione di essere sistemico e quindi vi è una grande probabilità che anche un sia pur minimo apprendimento in un settore si estenda fornendo accessi all’apprendere in tutti i settori che compongono il sistema.
Ciò avviene anche a livello cognitivo in quanto ogni minima competenza appresa non si riduce riflessiologicamente a quel dato o a quella competenza, ma l’apprendimento essendo strutturale propone un cambiamento qualitativo influenzando l’intero sistema cognitivo.
È in tale dimensione che si può parlare di sviluppo dell’area potenziale. Pertanto la gioia di apprendere che Enrico propone in cucina risulta una metacognizione potente per un solido apprendere ed in prospettiva una spinta per lo sviluppo.
Anche i percorsi che lo portano al nido, dai terapisti, attraverso la tranquillità che Enrico dimostra ci fanno pensare sia alla fiducia che il bambino ha verso il suo contesto affettivo e relazionale e fisico sia ci dimostrano che ha compreso la ricorsività e reversibilità degli eventi.
I concetti di ricorsività e reversibilità sono fondamentali per comprendere la comunicazione e per far maturare il linguaggio.
Per quanto riguarda le attività in genere ed il gioco in particolare, quello che sottolineiamo sta nell’alternare momenti liberi a momenti più ristretti ed organizzati in cui Enrico deve giocare con un adulto, che lo pilota a realizzare percorsi di gioco concatenati. Percorsi di giochi che hanno un inizio, un intermedio e una fine caratterizzati in modo che il bambino nel tempo, deve riconoscere quando sta iniziando a giocare, quando sta giocando e quando sta terminando. Percorsi che si concatenano in una narrazione agita: prendiamo questo camion che è rosso e lo portiamo in giro per il tappeto, ci mettiamo su una pallina rossa come lui, una bianca e le portiamo nelle casine…. Il percorso del gioco deve avere concatenamenti di senso come concatenamenti di senso hanno le parole in una spiegazione, in una narrazione….
Anche il gesto “Ciao ciao” le rivela che quando è stato contestualizzato in un percorso sensato è stato dal bambino appreso.
La ricerca di contesti sensati da parte di Enrico va rispettata e potenziata in quanto è molto grande il rischio che lo si trasporti verso quegli apprendimenti che noi vogliamo indipendentemente dalla congruenza in circostanza: dobbiamo sviluppare i suoi tentativi di conoscere, di apprendere, di comunicare e non sostituirli con le nostre proposte. Uno sviluppo che va dal bambino verso quello che noi vogliamo conosca e non nella direzione quello che noi vogliamo che conosca verso il bambino.
Anche per quanto riguarda la televisione, l’ascolto di musiche, possono essere una grande opportunità se è partecipata con noi e se questi strumenti risultano mediatori per fornirgli opportunità per lo sviluppo cognitivo e relazionale nella dimensione sopra descritta.
Gli stessi strumenti risultano estremamente rischiosi se diventano strumenti per far apprendere quello che noi vogliamo fuori da circostanze. La TV, i CD, risultano quindi occasioni per provocare Enrico ad indicarci le strade opportune per aiutarlo a crescere.
Concludo sottolineando che le indicazioni che vi diamo non possono essere “indicazioni qualunque” ma devono essere coerenti ai principi di base della ricerca in quanto dobbiamo capire se questi “reggono” o vanno cambiati per tale motivo nelle sue relazioni deve far riferimento sempre ad un prima e ad un dopo e i cambiamenti a quali riferimenti della ricerca in cui siete inseriti sono da attribuire.
Distinti saluti Nicola Cuomo

Il 20 novembre la mamma di Enrico scrive:

Gent.mo Prof Cuomo, Gent.ma dott.ssa Imola, vi invio alcuni appunti che ho preso su Enrico, per avere delle Vostre utilissime indicazioni. Quelle che ho precedentemente ricevuto ci sono state utilissime! Le ho diffuse tra le operatrici e le direttrici del nido di Enrico, che vogliono creare per lui un progetto educativo specifico che tenga conto delle idee che stanno venendo fuori nello svolgimento di questo progetto. La pedagogista dell'asilo nido nonchè dei servizi sociali di Viterbo, la dott.ssa Purchiaroni, sarà presente all'incontro di Roma, così come due educatrici di mio figlio che parteciperanno alla riunione di Sabato. Sembrano tutte molto affezionate ad Enrico e desiderose di aiutarlo. La dott.ssa Purchiaroni, in particolare, sta prendendo una specializzazione in pedagogia clinica e ha quindi una forte motivazione anche personale a seguire il progetto...speriamo bene! Sarebbero anche interessate a partecipare ad un incontro personale con Voi presso l'università a Bologna. Fatemi sapere quando andrebbe bene per voi, preferibilmente nel pomeriggio, dato che io la mattina ho ripreso a lavorare. In ogni caso Vi presenterò queste operatrici all'incontro di Roma. Vi ringrazio.

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La favola di pollicino


Da quando Enrico gattona sto cercando di farlo appropriare degli spazi della casa, in modo che si orienti e possa decidere autonomamente dove andare e per fare cosa. Inizialmente ho notato che Enrico tendeva – magari anche solo per l’incertezza dell’utilizzo del nuovo schema motorio – ad interrompere il suo andare, sedersi e guardarsi intorno, senza in realtà procedere “verso” qualcosa; ciò avveniva soprattutto in prossimità di una porta – anche se aperta – e al cedere di un richiamo. Allora ho iniziato a chiamarlo da una stanza all’altra, facendomi vedere. Mantenendo il contatto visivo e il richiamo, anche se si sedeva, dopo un attimo ricominciava a gattonare verso di me. Così gli ho fatto fare il giro di casa, per fargli percorrere gli spazi, fargli attraversare le porte e farlo orientare. Ho poi iniziato a fargli venir meno il contatto visivo, continuando a chiamarlo per nome e poi solo a canticchiare. Lui ha continuato a gattonare spinto magari dal desiderio di trovarmi e scoprire dove stavo. Poi ho continuato mettendogli, lungo il percorso, tutta una serie di oggetti che lo interessano, campanelline o semplicemente gli oggetti di casa (come il passeggino, il seggiolone, il bidet, gli sportelli della cucina) con cui gli ho insegnato a giocare. Un paio di settimane fa, senza che io lo sollecitassi o che lo chiamassi, lui ha preso l’iniziativa: era sul tappetino a giocare, se ne è allontanato, si è diretto verso l’ingresso, ha aperto la porta della sala che era accostata, è uscito dalla sala, ha raggiunto le campanelline e ci si è messo a giocare. Ora fa la stessa cosa con il bidet: si dirige verso il bagno, si mette in piedi accanto al bidet e cerca l’acqua. Sabato mio marito gli ha insegnato ad aprire il rubinetto dell’acqua girando la manovella. È una cosa ancora da consolidare ma lui sa farlo. Per aiutarlo ad acquisire il movimento gli ho fatto notare che anche il carillon lui può azionarlo con lo stesso movimento ed ho iniziato a sollecitarlo a “girare” le cose ruotando la mano. Anche oggi, quando sono andata a prenderlo al nido, da solo era andato verso il bagno e cercava di alzarsi sul lavandino per giocare sull’acqua.

Spingi e tira

Ha ormai acquisito l’abilità di spingere i pulsanti da solo. Prende la mira – ancora un po’ incerta ma forse anche a causa di un difetto visivo che stiamo cercando di correggere con le lenti – e preme con sufficiente forza da far scattare il meccanismo. Facciamo spesso il giro di casa ad accendere e spegnere la luce e ogni pulsantino che incontrami glielo faccio prima notare e poi, quando lui allunga la manina, glielo faccio prendere.

Acchiapparella

Per rafforzarlo nel gattonamento e anche nella sua capacità di concentrarsi su un “desiderio di fare” per un tempo sempre più lungo, mi metto spesso a terra sdraiata. Lui allora cerca di “ mangiarmi” prendendo di mira soprattutto la bocca a cui cerca di far aderire la sua; proprio quando sta per raggiungermi, io mi sposto poco più in là ridendo e lui, ridendo a crepapelle, cerca di riacchiapparmi. Ovviamente dopo un po’ mi faccio prendere e poi ricominciamo a giocare. Per lui è molto divertente fare questo gioco, e anche per me!

Gno-Gna, nonna ….e mamma!!!

Sto lavorando sul versante del linguaggio. Enrico, forse anche per la ricostruzione del palato e la frenuloplastica che ha subito a sei mesi, è in ritardo nello sviluppo di molti fonemi. Riesce a dire alcune sillabe – prevalentemente utilizzando la “G”- unendole anche tra di loro. Vivo con particolare preoccupazione lo sviluppo del linguaggio in Enrico, anche perché temo che cerchi di comunicare ma che non si senta capito. Ho un dubbio che mi attanaglia; lui ha difficoltà a guardare fisso negli occhi un interlocutore, tende infatti a deviare lo sguardo. Normalmente la direzione dello sguardo fa parte della comunicazione: ti guardo mentre parlo e quindi ce l’ho con te. Ipotizziamo che questo dirigere lo sguardo Enrico non voglia farlo. Magari guarda a terra, dicendo qualche sillaba e invece ce l’ha con qualcuno. Allora io sto cercando di accorrere da lui quando parla, per notare le sue reazioni alle mie risposte, al mio accorrere. Sto cercando di fargli notare le assonanze delle sillabe che mette in fila con parole di senso compiuto e che siano collegate a qualcosa. Così, quando dice Gno-Gna, gli inizio a dire “ vuoi la nonna?” andiamo a chiamare la nonna! E lo porto al piano di sopra a trovare la nonna, o la faccio scendere subito continuando a menzionare la nonna. Lui appare felice di vedere mia madre. Così “Agà” è quasi “papà” e Gna-Gna” è quasi mamma. Non so se è la strada giusta, mi dica Lei se c’è qualcosa in contrario a questo giochino. Riguardo invece al tentativo di fargli emettere nuovi suoni, spesso mi metto di fronte a lui facendogli boccacce, pernacchie, suoni onomatopeici. Ho notato che mi guarda più a lungo se mi metto gli occhiali da sole, e non solo perché con gli occhiali sono buffa, dato che spesso si sofferma sulle labbra o sulla lingua cercando di imitarne il movimento. Ride molto quando facciamo questo gioco.

Lo zecchino d’oro

Una cosa che mi ha molto stupito è la capacità di Enrico di riconoscere le canzoni. Quando arrivo alla sua strofa preferita, che si conclude con una coccola o con un gesto particolare che faccio con lui, sorride immediatamente all’inizio della strofa, perché sa come si conclude. Intendo aumentare il mio repertorio, per ora a dire la verità un po’ scarso.

Insieme diamo i numeri!

Le ho già scritto di come Enrico sbatta volentieri le cose tra loro o sul pavimento per sentirne il suono. Ultimamente aveva iniziato a sbattere la manina sul tavolo mentre era in attesa che gli dessi la pappa che stavo preparando. Ho iniziato a sbattere anche io la mano sul tavolo in risposta a quello che faceva lui. Lui appariva divertito e poteva giocare con me. Attendeva che io finissi di tamburellare per riprendere a farlo lui. Ora ha capito che è un gioco e mi invita a farlo iniziando a tamburellare guardandomi. Io ho iniziato a ripetere il suo ritmo. Mi sono accorta di una cosa: io penso al ritmo con l’aiuto dei numeri: uno, due….e tre! Allora l’idea: enfatizzare il suo ritmo casuale, ripeterlo sempre uguale, anche senza dire i numeri ma lasciando che li percepisca lui attraverso il suono. Creare il gioco della ripetizione, che ora faccio io ma che in prospettiva magari impara a fare lui, guidato dal suono e dalla voglia di ripeterlo. Non so se per lui sarà uno, due…tre! ma forse sarà tap, tap…Tap! Veloce, forte, piano in una sequenza lunga o corta. 4 volte tap è più di una volta sola!

W la pappa!!!

Mi sono accorta che per Enrico la pappa è fondamentale. Si dirige in cucina quando ha fame, sia a casa che all’asilo nido. Mangia con voracità, assaggia qualsiasi cosa. Questo mi aiuta su alcuni fronti. Innanzitutto gli metto davanti qualsiasi cibo di qualsiasi consistenza. Se è nuovo lui a volte non sa cosa farne, lo tocca con sospetto e a volte lo butta in terra – credo – per sentirne il rumore. Ma se gliela faccio assaggiare, qualsiasi pappa viene afferrata, diretta con decisione in bocca e assaporata. Così impara a vincere una sua certa repulsione per il tatto. L’uva all’inizio è un pò disgustosa da toccare, ma per mangiarla vale la pena fare il sacrificio! Inoltre ho imparato che il biscottino è meno buono della frutta! Se gli do un biscotto e poi gli propongo il vasetto, smette di mangiare il biscotto, lo posa sul tavolo, apre la bocca per ricevere il cucchiaino, poi, mentre io tergiverso per prendergli un altro cucchiaino di frutta, riprende il biscotto, lo mangia, lo riposa e così via. Al termine del pasto Enrico piange sempre. La cosa che mi fa piacere è che ora ha capito che il pasto sta per finire prima che finisca. Guarda il vasetto vuoto, guarda il cucchiaino mezzo pieno inizia a piagnucolare prima che non ci sia più niente da mangiare. Mette le mani nella minestrina e ci gioca. Prima però ci giocava e basta, ora invece quando sente che ha la pastina appiccicata alla mano, si mette la mano in bocca e mangia la pastina. Non è autonomo nell’utilizzo del biberon. Provo a metterglielo tra le mani, ma le stacca con decisione. Provo ad allontanargli il biberon per vedere se lo avvicina lui alla sua bocca, ma più spesso prende la mia mano che regge il biberon e vi avvicina quella in modo che il biberon gli vada in bocca. Fa la stessa cosa con il cucchiaino della pappa. Se lo prende lui, lo butta il terra o sul tavolo, se invece ce l’ho io e tentenno, mi prende la mano facendo il modo che il cucchiaino finisca nella sua bocca….e io ovviamente tentenno.

Do ut des!

L’antefatto è che abbiamo fatto test cognitivi dal Prof. Albertini, e mi è stato chiesto se Enrico, dietro sollecitazione, dava oggetti agli adulti. La risposta, a settembre, era no. Allora, con l’orgoglio ferito di madre, mi sono messa a studiare come potevo convincerlo ad interagire in modo così significativo con un’altra persona. Se gli dicevo: “me lo dai?” quando Enrico aveva in mano qualcosa, interferendo con la mia mano nel suo gesto di sbattere l’oggetto a terra, lui prendeva quell’oggetto e lo lanciava via. Io e mio marito abbiamo allora inventato il “cerchio del dare”. Le spiego di cosa si tratta: ci sediamo a terra con lui e ci scambiamo oggetti e bacini. Io chiedevo a mio marito “mi dai quella cosa?”, lui me la dava e io gli davo un bacio e così viceversa. Enfatizzavamo sul verbo “dare” e sul “tieni, grazie, no, sì” etc. Enrico, che si diverte molto a vederci che ci diamo i bacini, ci guardava e rideva. Ora ha imparato. La mano tesa è una richiesta e accompagna sempre il verbo “dare”. Lui ora consegna le cose con precisione lasciandole andare nelle mani dell’interlocutore e ha il suo bacino per ricompensa. Nel futuro vorrei che imparasse a lanciare le palline verso qualcuno, per fare un giochino strutturato.

Gli incastri intelligenti

Ricorderà che abbiamo parlato del gioco ad incastri di Enrico, incastri che non riesce a fare e che non riscuotono il suo interesse. Li abbiamo fatti diventare, credo, intelligenti. Il suo gioco ad incastri è composto da una struttura quasi verticale con quattro fori in cui inserire le forme ed un unico foro centrale in basso, più largo in cui entra la manina di Enrico che prende gli oggetti. Questo gioco è “cresciuto” con lui. Inizialmente Enrico non aveva interesse per questo gioco. Poi ha iniziato a capire che poteva sbattere le formine una contro l’altra. Poi ha capito che, per sbattere gli oggetti, doveva prima prenderli nel foro grande in basso. Ne prendeva uno, poi l’altro e li sbatteva. Ad un certo punto però questo gioco era diventato sterile. Allora ho iniziato a mettergli le formine in bilico nei rispettivi fori. Enrico ha capito che, spingendoli, questi cadevano nel foro in basso e lui poteva prenderli. Non solo, cadendo le formine facevano rumore. Faceva tutta la sequenza: spingere, sentir cadere, prendere, sbattere. Sta iniziando ora a prendere le formine e cercare di metterle nei fori. Questo lo aiuta nel coordinamento occhio-mano, e forse rende anche il gioco più intelligente.

Il 21 novembre il professor Cuomo risponde:

Gentilissima signora, il rapporto con Enrico si sta sempre più ampliando ed articolando in un discorso fatto di suoni, parole, scoperte, attenzioni, proposte, .... Un discorso non fatto solo di parole, ma di suoni significanti, movimenti significanti, posture significanti, ammiccamenti significanti, risate significanti, spostamenti significanti,..... Un universo di significati forti affettivamente e nel contempo logici, conseguenziali coerenti. Un discorso che a volte nasce spontaneamente e per caso e a volte in seguito ad una pianificazione, ad un progetto, un discorso che parte da un bisogno e che si matura anche in una relazione gratuita di piacere nello stare insieme. Un discorso che quando cammina e i significati sono nel movimento esplora lo spazio, la funzione degli oggetti in relazione alle mie mani, ai miei occhi, alla mia curiosità, alle mie intenzioni. Una dimensione estremamente complessa in cui Enrico si sta muovendo molto bene ed è sollecitato a muoversi in maniera molto adeguata. Una sollecitazione che è espressa dal desiderio del papà e della mamma a far crescere Enrico. Si può notare da suo scritto come ogni attività, ogni occasione, pur producendo sviluppo cognitivo, esercizio, non nasce con lo scopo di essere un esercizio, ma nasce con il desiderio di produrre delle scoperte.
Una dimensione che non ha un inizio e una fine (come accade negli esercizi) ma che ha una struttura molto significante e forte sul piano affettivo. I percorsi di Enrico sono percorsi che possono nascere per caso e si organizzano, possono nascere da un'organizzazione e incontrano scoperte. Un percorso che effettivamente è a volo di farfalla con accadimenti paralleli, contemporanei, successivi che decidono la direzione in relazione a quanto si desidera, un verso che non prende la decisione forzata dell'esercizio, ma quella della scoperta, del desiderio. Direzioni che sicuramente propongono l'emozione di conoscere e il desideiro di esistere insieme a quelle occasioni impreviste produttrici di meraviglia e di scoperta.
Continuare in questa direzione quindi e quando ci troviamo di fronte a situazioni in cui abbiamo dei dubbi sulla comprensione e sul senso dell'azione non dobbiamo far altro che darglielo noi e quegli accadimenti magicamente prenderanno significato, come l'attendere da parte dell'adulto di farsi guardare negli occhi può essere anticipato da "io cerco i tuoi occhi" una ricerca da parte della mamma e del papà dello sguardo di Enrico che sicuramente farà apprendere ad Enrico il come si fa a ricercare gli sguardi, a trovare il piacere nel ricercarli.
Ci vediamo a Roma Cordiali saluti
Nicola Cuomo Alice Imola

DOPO L’INCONTRO DI ROMA
Il 14 dicembre 2009 la mamma di Enrico scrive:


Gent.mo Prof. Cuomo, gent.ma dott.ssa Imola,
vorrei innanzitutto ringraziarVi per il bellissimo incontro di Roma e soprattutto per l'impegno che Voi e i Vostri colleghi state impiegando per aiutare Enrico e le altre persone affette dall'X fragile. Ci state aiutando tantissimo.
Vi chiedo di leggere e valutare gli appunti presi negli ultimi giorni che seguono.
Vi chiedo anche la cortesia di valutare un appuntamento per vederci e parlare un pò di Enrico, ci sono così tante cose su cui vorrei confrontarmi con Voi!
Prima di questo incontro vorrei farVi pervenire un filmato che ritrae Enrico nelle sue conquiste di autonomia...nel mare magnum delle cose da fare ho deciso di puntare su questo, sul rafforzare cioè le sue capacità di gestire da solo quello che vuol fare, scegliendo cosa, come, quando e quanto e sentendosene gratificato.

Vi ringrazio ancora di tutto.

APPUNTI SU ENRICO

Enrico tende a “contenere”: lo si capisce dal suo modo di starnutire (trattiene lo starnuto) e dal fatto che non piange per piccoli incidenti - quando cioè colpisce appena qualcosa con la testa – o smette di piangere relativamente presto per incidenti un po’ più importanti. Quando piange si calma se lo prendo in braccio. Come posso “convincerlo” ad esternare quello che prova? Sto mettendo in atto un comportamento rassicurante e di approvazione. Gli chiedo di fare cose che so che è in grado di fare e gli dico bravo quando le fa. Gli dico che lo capisco che piange quando ha la bua. Lo sprono a fare quello che non sa ancora fare e, ad ogni piccola conquista (ad es. sto cercando di fargli impugnare il cucchiaino quando mangia e di farglielo portare alla bocca; Lui è ritroso ma tocca il cucchiaino e lo indirizza verso la bocca..) gli dico che è molto bravo. C’è qualcos’altro che posso fare? Ci sono delle prassi consolidate, delle accortezze particolari, che potete consigliarmi per farlo “esplodere”?

La tendenza di Enrico a sviare lo sguardo sta via via sfumando. Ora fissa gli occhi delle persone ed è incuriosito dai visi e dal movimento della bocca. Spinge col ditino il naso dell’interlocutore per farlo “suonare” e mette il ditino in bocca dell’interlocutore per farsi dare un bacino. Si concentra sul movimento delle labbra che cerca di imitare, purtroppo senza riuscirci, credo, anche per un problema di scarso controllo muscolare della lingua e della bocca, che ha iniziato ad utilizzare per mangiare a soli 8 mesi. Vorrei valutare l’opportunità di potenziare la logopedia, ma di questo parlerò con Albertini. A voi chiedo come posso limitare una sua eventuale frustrazione di “non riuscire”; a volte mi viene il desiderio di lasciar perdere le boccacce per non fargli provare il dispiacere di non saperle imitare…

Enrico passa velocemente da una attività all’altra e questo mi preoccupa. Anche qui una domanda: come posso farlo concentrare più a lungo su quello che fa? I giochi che farebbe per ore sono spingersi sul cavallino, giocare con l’acqua del bidet, sbattere le cose tra loro, far suonare sonaglini vari e guardarsi allo specchio. Ho provato a “sottoporlo” alla televisione, ma, appunto, è una esperienza che “subisce”: sta fermo ed incantato per tutta la durata del cd – è un cd della serie “little einstein”, espone al bambino una serie di immagini di colori diversi (prima gialle, poi rosse, e così via ) con musica classica di sottofondo, dura circa trenta minuti – ma non so se questa prassi lo aiuta a dilatare i suoi tempi di attenzione o no, e temo che subisca una esperienza che non ha ancora la capacità di vivere. Ho pensato di intervallare il cd con esperienze di gioco; ad esempio nel passaggio da un colore all’altro fermare il cd, cercare tutti i giochi di un colore e metterli in una cesta insieme..che ne pensa? Ho anche un cd del Teletubbies, che ho comprato ma non ancora visto. Pensavo di comprare i pupazzetti della stessa serie e fare, subito dopo aver visto un filmato, la storia dei teletubbies, mettendoli a nanna come nel filmino, facendoli mangiare come nel filmino, teatralizzando, insomma, ciò che avviene nel film in casa nostra. Può essere una buona idea?


PROGETTO CASA NUOVA
In febbraio la nostra famiglia traslocherà in una nuova casa molto grande (cucina, sala da pranzo, soggiorno, tre camere e due bagni) con giardino nel centro di Viterbo che al momento stiamo ristrutturando. Vorrei pensare insieme a Lei questo trasloco per cercare di vederlo con gli occhi di Enrico. Enrico già conosce lo stabile; i nonni paterni abitano al piano di sopra ed Enrico riconosce – me ne sono accorta perché sorride e sbatte i piedini quando li vede - il portone, le scale e l’appartamento dei nonni. Dopo qualche tentennamento, io e mio marito avremmo deciso di mettere dentro casa tutte cose che hanno la stessa funzione ma che “funzionano” in maniera diversa: alcune porte sono scorrevoli, altre a battente; i rubinetti dei due bagni e della cucina si aprono in tre modi diversi, gli interruttori, che posizioneremo all’altezza di Enrico, sono alcuni a scatto con i dimmer ed altri – quelli del corridoio - con la rilevazione automatica del movimento, e ciò per dare ad Enrico la possibilità nel tempo di imparare in maniera naturale più cose possibili. Nella cucina c’è lo spazio per mettere una cucina giocattolo, mentre abbiamo scartato l’idea dei fornelli ad induzione preferendo quelli a gas, un po’ perché quelli ad induzione sono troppo “magici” e un po’ perché l’accensione del fuoco ci da molte occasioni di trasferirgli conoscenze (il fuoco parte da una scintilla, è caldo, quindi scalda quello che ci si mette sopra).
Volevo chiederle qualche idea per la sua cameretta. Pensavo di mettergli uno specchio grande, dato che a lui piace molto, e delle cassettiere per i suoi giochi, con sopra una immagine che ne indichi il contenuto. Tutto ovviamente a portata delle sue mani. Un metro per misurarsi quando cresce, con vicino lo spazio per le sue foto. Pensavo di fare anche degli album di foto e immagini che richiamassero alla sua mente diversi contesti: l’asilo nido con i suoi compagni e le sue educatrici, la sua famiglia nella sua casa, il natale, le vacanza al mare e così via. E poi vorrei decorare la stanza con l’aiuto di Enrico, senza riempirla tutta ora ma facendomi aiutare, nel tempo, proprio da lui.
Pensavo anche di comprare degli uccellini e dei pesciolini e più in là un cagnolino – li ha visti a casa di amici e ne è rapito - per dare ad Enrico la possibilità di sceglierne il nome e occuparsi di loro.
Fuori poi c’è il giardino da valorizzare.
Cosa ne pensa? C’è qualche idea che Le viene in mente che potrei realizzare? E come posso gestire il trasferimento in modo che sia una buona occasione per Enrico? Sarei felicissima di avere qualche Suo consiglio.

La dottoressa Imola risponde:

Gentilissima,

il prof. Cuomo mi ha incaricato di dirle che pensa sia importante un incontro perchè vi sono troppi elementi per la riflessione ed è meglio parlarne a voce. Pertanto le telefonerò per un appuntamento o per prima di Natale o per subito dopo le ferie.

Ci sentiamo

Dopo l’incontro a Bologna il professor Cuomo riporta le conclusioni del confronto per fornire alla madre chiavi concettuali utili per orientare gli interventi educativi:

TRADUZIONE DEGLI APPUNTI DELLA MADRE.
SECONDO ALTRO PUNTO DI VISTA…

Enrico ha una grande capacità di controllo, per esempio quando starnutisce è capace di trattenere lo starnuto (questo a me spiace perché un buon starnuto gli permetterebbe di liberarsi il naso dal muco).
Ha anche una grande capacità di gestire gli incidenti che gli capitano e le “bue” che si fa. Ha compreso che il dolore è passeggero e quando ha dei piccoli incidenti riesce a superarli.
L’ambiguità della descrizione portata più verso l’interpretazione dei fatti può essere rischiosa in quanto se non vi è una scelta consapevole e critica dell’intervento sul proprio figlio vi è la possibilità di ipotizzare interventi ed interpretazioni di quanto si osserva da punti di vista diversissimi e contradditori tra loro. Ciò nel tempo può produrre una condizione che per esempio: ad un orientamento verso un approccio didattico-globale parallelamente ne pone uno analitico. Le due polarità entrando in conflitto possono produrre condizioni disorientanti sia per il bambino che per l’adulto pertanto sin da ora consigliamo di scegliere una linea caratterizzante il proprio intervento perché è meno rischiosa una linea con margine di errore rispetto ad una scelta ambigua e tentennante.
Il convincere ad esternare quello che prova significa lasciare la possibilità al bambino di farlo, nel momento in cui pensiamo che lui prova dolore, ma si trattiene lo costringeremo a dire una cosa che è il nostro pensiero e non il suo.
Che pensiero ci può essere dietro al descrivere un atto attraverso il connotarlo come “contenere”? Il fatto che il bambino non si accorga di quanto accade intorno.
Che pensiero ci può essere dietro il descrivere un atto attraverso il connotarlo come “capacità di controllo? Il fatto che il bambino abbia una relazione positiva con il mondo e che quando incontra una caduta, una scivolata, uno sbattere la testa,…, le famose “bue” di tutti i bambini riesce a star sereno.
Il fatto che Enrico riesca a superare le situazioni di “bua” dimostra una sua grande fiducia in se stesso e nel mondo che lo circonda.
Enrico sta avendo dalla mamma e dal papà risposte estremamente adeguate al suo sviluppo. Sta vivendo con gioia il suo essere, il suo esistere. Tutto intorno a lui lo accoglie, lo incoraggia, lo sollecita; tutto intorno a lui gli trasmette un’energia positiva, questo grazie alle attenzioni che la mamma ed il papà momento per momento, giorno per giorno, gli offrono. Il bambino sta esplodendo sotto gli occhi della madre, è felice, sta tentando di mangiare da solo, di essere autonomo e la mamma si chiede cosa fare per farlo “esplodere”. Cosa si aspetta? Le budella per tutta la casa?
La mamma nella spiegazione imperterrita mi dice: “sono contenta della sua interpretazione positiva dei fatti”, attribuendo a me un’interpretazione ottimistica e mantenendo per lei la verità dell’osservazione (che è pessimistica).
Continua nel suo pessimismo mettendo in una dimensione di dubbio le miei riflessioni, dicendo che il proprio modo di vedere può essere sbagliato. Io le sottolineo che il suo: “è sbagliato”.
Il fatto che il suo punto di vista sia profondamente sbagliato non significa assolutamente che sta sbagliando nel suo reale e quotidiano fare da mamma, nel percorso educativo, relazionale, affettivo nei confronti di Enrico, in quanto gli interventi fatti da lei, ci tengo a metterlo in evidenza, sono estremamente adeguati.
Il rischio sta in questa bipolarità: interventi estremamente adeguati in parallelo a dei dubbi. Tali dubbi anche se non hanno un percorso concreto molto adeguato, ed i risultati si vedono, può logorare dentro, può mettere in moto una serie di pensieri anche estremamente dolorosi.

Man mano che il bambino matura sta meravigliosamente aprendo e potenziando le sue capacità relazionali attraverso il toccare, lo spostarsi, il cominciare ad emettere suoni significativi, attraverso l’osservare, il guardare intorno, la comunicazione sta divenendo sempre più potente e ciò che non riesce ancora a dire con le parole lo dice attraverso i fatti: il movimento, il prendere, il portare, il guardare…

Ha il desiderio di imitare, osserva e vorrebbe fare anche lui. Sembra che non abbia pazienza di attendere di crescere, vuol bruciare le tappe.
Per quanto riguarda gli aspetti logopedici, sicuramente dovrà confrontarsi con il prof. Albertini, ma per quanto riguarda fare le boccacce il bambino ha bisogna di capire che cosa vuol dire fare le boccacce, perché per noi fare una faccia strana significa boccaccia perché è il risultato di un processo culturale, mentre per un bambino fare una faccia strana può non avere alcun significato.
Dobbiamo capire che anche la boccaccia ha un senso comunicativo e che va assimilato man mano che si assimilano i codici e le convenzioni culturali, man mano che cresce.
Molto probabilmente, anche nell’episodio della linguaccia ci può essere un retro pensiero che ha uno scopo indagatorio rispetto sia alla comprensione, sia ad alcune notizie sul piano medico circa la conformazione orale del bambino e la boccaccia assume quasi un connotato da terapista in quanto si vuol dire: “io penso di fargli fare la linguaccia perché ha una lingua più corta del normale e cerco di fargliela allungare”, ma questo, per non diventare un pensiero doloroso che genera dubbi profondi va chiesto ad un medico.
L’itinerario che divide in tappe lo sviluppo in generale e quello della parola prima in certi suoni, poi in altri suoni, poi in altri ancora, è un itinerario che nasce da un’osservazione globalmente statistica, ma sicuramente non è coincidente con lo sviluppo di ciascuno, di fatti questo, sottolineato da recenti studi, non è omogeneo né sommatoria-lineare, ma eterocrono, il che significa che ciascun bambino ha nel suo interno diversi tempi di sviluppo psicologico, affettivo, della motricità…. Ci sono bambini che per esempio, improvvisamente camminano e che quindi non si rifanno a quelle correnti dello sviluppo motorio che prevedono prima lo striscio, poi il gattonamento, poi il camminare eretto, così come ci sono dei bambini che saltano le lallazioni, le pappazioni, le caccazioni...
Quello che è rimasto nella cultura popolare sono delle fantomatiche scale di sviluppo che in realtà sono soltanto orientamenti globali.
I bambini, le persone, non sono un meccanismo che si sviluppa secondo ritmi omogenei.
Altro dubbio che può generare pensieri dolorosi sono collegati al livello di udito. Anche qui, come nella riflessione sulla lingua e sulle boccacce terapistiche, sarebbe bene affidarsi ad un confronto con lo specialista in quanto il rimuginare e il ritornar sopra a pensieri negativi, può essere causa a lungo andare di una condizione psicologica estremamente dolorosa. Nonostante che il bambino alle stesse prove empiriche (ai richiami della mamma e a tutte le attività quotidiane che vedono impegnato il sentire, il bambino risponde bene) non riveli alcun segno relativo a problemi di udito, la mamma continua ad aver paura perché la soglia risultata agli esami audiometrici è inferiore alla norma. Dobbiamo però tener conto sia che il bambino è molto piccolo ed è difficile fare tali misurazioni che la soglia dell’udito è spesso legata a quella dell’attenzione ed al senso di quanto si ascolta e quanto produce l’emittente. Pertanto bisognerà capire, nel tempo, se l’aumento della capacità attentiva propone una misurazione dell’udito con più sensibilità.
I problemi che la madre intravede non sono irreali, sono possibili, come qualunque tipo di problema. Naturalmente il bambino avendo la x fragile va tenuto sotto controllo così come va tenuto sotto controllo un bambino qualunque quando attraversa la strada perché può andare a finire sotto una macchina, non a causa sua ma di chi guida.

I giochi

Noi molte volte interpretiamo i giochi secondo le finalità attribuite e le funzioni a cui questi giochi sono designati, ma queste sono prerogative culturali nostre, in realtà per un bambino un trenino, in quanto non conosce ancora il sistema organizzativo delle ferrovie dello stato, delle stazioni, del fare il biglietto,…, gli può sembrare uno strumento molto potente per produrre suoni e rumori in quanto sbattendolo per terra fa un rumore molto più potente di una pallina di gomma. Pertanto per Enrico il trenino, proprio perchè non possiede culturalmente in sè la funzione del trenino quale mezzo di locomozione, risulta un ottimo strumento per sperimentare i suoni. Noi dovremmo essere così agili da spostare la nostra attenzione dal trenino come mezzo di locomozione e quindi i giochi che ne derivano da questo concetto, al trenino come produttore di suoni e i giochi che derivano da quest’altro concetto e mentre il primo trenino va sui binari, gira intorno, fa ciuff ciuff, trasferta i passeggeri, si ferma alle stazioni, va da una città all’altra, attraversa le compagne,…., il secondo trenino sbattuto su sul pavimento fa un suono, sulla porta un altro, contro un altro oggetto un altro ancora… questo trenino ci porta verso l’esplorazione e la scoperta di nuove sonorità. Sia il primo trenino che il secondo hanno dei concatenamenti strutturali congruenti, ma mentre il primo è congruente per noi, il secondo è congruente per Enrico e può sembrare incongruente a noi.
Se siamo in grado di scoprire anche le congruenze di Enrico non avremo l’impressione che il bimbo salti da un gioco all’altro e il dubbio sarà superato dalla nostra capacità di vedere il positivo nel bambino. Se invece però interpretiamo il percorso connotando la funzione fissa di un oggetto non seguiremo la pista dei suoni ma interpreteremo tutto l’itinerario in questo modo: non gioca con il trenino, non gioca con l’automobilina non gioca ….e passa da un gioco all’altro.
È possibile anche che siccome fino a poco tempo fa l’attenzione uditiva era bassa, adesso che Enrico sta aumentando la capacità di attenzione con questa sta scoprendo in pieno le funzioni dell’udito e le sta sperimentando nelle sue sfumature.

Nel colloquio emerge che quei consigli e quelle dichiarazioni che aumentano i dubbi e le paure sembrano più accettati e quasi producono più affidabilità. Il rischio è che il dubbio veda più congruente alle proprie incertezze e quindi più certe, le notizie negative.

IL TRASLOCO

Per quanto riguarda il trasloco è importante che con il bambino si vada pian piano a “marcare il territorio”. Uso questa dizione etologica in quanto bisogna che il bambino scopra che questa nuova territorialità gli appartiene e man mano dovrà entrare nel suo vissuto, pertanto si andrà alla futura casa nuova, si attaccheranno dei cartelloni al muro, si dipingeranno, si porteranno dei giocattoli che si farà finta di dimenticare per poi ritrovare, si marcherà il territorio portando la cesta che lui riconosce, il cuscino, …, un oggetto alla volta,… una sorta di mini trasloco che dovrà avvenire in due mesi fatto con il bambino, tutte le volte si dimenticheranno degli oggetti da ritrovare per riportare a casa… una tessitura di ricordi e di oggetti che lasciano il segno della propria presenza.

Il cambiamento che vi sarà può non essere per Enrico un semplice trasloco.
Ciò che agli occhi degli adulti può sembrare un semplice trasloco, l’andare da una casa all’altra nella stessa città, ad una casa più bella e confortevole può produrre in bambini forti disorientamenti.
I riferimenti che i bambini hanno con il contesto, con gli ambienti non sono riferimenti tecnico-funzionali ed estetici; un bambino non ha gli stessi riferimenti degli adulti, i quali vedono nella nuova situazione lo star meglio sia immediatamente che in una prospettiva futura. Pertanto per un bambino l’avere una casa più grande, più comoda, più bella,…più… ha poco significato in quanto i loro riferimenti sono prevalentemente emozionali (in particolare per bambini come Enrico). La casa vecchia (che noi consideriamo scomoda e brutta) per loro è bella in quanto ricca di ricordi, di riferimenti affettivi ed emozionali. I colori, i rumori, gli odori, i vecchi mobili fanno parte del loro vissuto (anche se piccoli come Enrico) ogni oggetto evoca ricordi, situazioni, eventi forti sul piano emozionale ed affettivo. Per Enrico la vecchia casa è come il libro dei suoi ricordi, un “grande e meraviglioso libro” scritto giorno per giorno dalla nascita.
In generale i bambini come Enrico (più degli altri) si riferiscono ai contesti come se questi fossero un prolungamento del loro corpo in quanto l’ambiente costituisce la memoria esterna, un potenziamento quindi della capacità di ricordare, prevedere, ricercare, trovare .
Il nuovo ambiente per Enrico è probabile che proponga un senso di estraneità e quindi è possibile che non si senta ancora a casa sua e per tale motivo percepisca un senso di disorientamento, è possibile che percepisca la casa come un labirinto.
Bambini come Enrico, nella tenerissima sua età, stanno iniziando a provare le sensazioni di allontanamento e non hanno ancora chiaro cosa accade in assenza dei soliti riferimenti.
Sentono la necessità di stare molto accanto, molto vicino a ciò che per loro è meno estraneo: i riferimenti più forti in tal senso risultano i genitori e la vicinanza corporea con il papà e la mamma è una condizione importante per non perdersi nell’ambiente estraneo che da una parte li attrae e dall’altra rappresenta una grande incognita. Per ciò l’esplorare insieme con un contatto fisico molto stretto, stando vicini vicini, faccia a faccia guardando il nuovo ambiente, toccando i nuovi posti, aprendo le nuove porte che conducono,…
Per utilizzare la metafora del “grande e meraviglioso libro” del vecchio contesto, della vecchia casa risulta indispensabile iniziare a scrivere insieme, con la penna di nuovi eventi, un “NUOVO meraviglioso libro”. Uno scrivere nuovi ricordi nel NUOVO contesto per farlo gradualmente divenire sempre meno estraneo.
Bisognerà quindi, come dicono gli etologi, “marcare il territorio”.
Bisognerà cioè aiutare Enrico a impadronirsi dello spazio, degli oggetti investendo questi di significati affettivi facendoli divenire spazi ed oggetti pieni di ricordi, “parole” conosciute nel nuovo grande libro che si sta scrivendo insieme.
Bisognerà allestire insieme (se la stanzetta è già stata organizzata va riorganizzata con il bambino marcando in modo forte ed evidente emozionalmente l’allestimento) la stanzetta di Enrico implicandolo nelle decisioni (aiutandolo a decidere anche se non siamo sicuri che partecipi intenzionalmente lo faremo noi impersonando lui) dove, come, e quali oggetti devono arredare la sua stanza.
“…Vediamo Enrico questo cesto lo mettiamo qui (e lo si pone) o è più bello qua (e lo si sposta); questa sediolina che a te piace la mettiamo sul tappeto? Che ne dici (e guardandolo) non sei molto convinto forse è meglio lasciar libero il tappeto ai giochi…”.
Un esplorar la casa impadronendosi pian piano degli spazi. Un marcare il territorio che man mano sarà uno spazio di conquista.
Non è importante cosa razionalmente Enrico comprende, quello che conta ora è “riscrivere il libro-contesto dei ricordi”.
Dove mettere l’armadio, il letto, i quadri,… va deciso rapportandosi emozionalmente e fisicamente con Enrico.
I cambiamenti che Enrico vivrà grazie alla complementarietà emozionale e speculare della mamma (cambiamenti sollecitati e affettivamente pilotati dai genitori) dovranno essere lodati ed evidenziati. I muri potranno essere riempiti di disegni e poster di Enrico e bisognerà che la stanzetta divenga un luogo in cui, ancor prima del trasloco, avvengono degli eventi che piacciono al bambino.
Nella stanzetta si leggono le favole che a Enrico piacciono, si ascoltano le canzoncine che lui conosce, la si spolvera e la si riordina insieme, la si fa divenire sempre più bella.
Tutti andranno, man mano che la si allestisce, a guardare la stanzetta di Enrico e si complimenteranno con lui.
La stanzetta dovrà essere il libro meraviglioso riscritto da Enrico, un libro che contiene anche i ricordi della vecchia casa.
Pertanto gli oggetti, i giocattoli della vecchia casa vanno portati poco la volta insieme a Enrico. Inizialmente qualcuno va riportato nella vecchia casa e qualcuno “dimenticato” nella nuova per poterlo poi ritrovare. Una “tessitura” fatta di piccoli ricordi, di ritrovamenti, di sorprese, di tanti segnali per conquistare affettivamente i nuovi ambienti, il nuovo contesto prospettandolo come luogo di felici eventi.
Solitamente la cucina, nelle mie ricerche, può divenire un luogo di mediazione da cui si inizia ad invadere affettivamente il nuovo territorio.
Le cucine si somigliano strutturalmente e se non vi è una somiglianza fisica i rumori, gli odori, i sapori,… (si può anticipare il trasloco con il fare merenda o un piccolo pranzetto preparato dalla mamma, le merendine e le pappe preferite da Enrico saranno nella nuova cucina prima del trasloco completo) fanno divenire meno estranei i nuovi luoghi.


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